L’attesa: la sfida tra chiusura e apertura

A cura di Noemi Sisto – Cristian Prosperini

Quella dell’attesa è una dimensione che nel contemporaneo si cerca sempre più di eliminare. Cogliere l’accezione prettamente temporale dell’attesa, mette in evidenza l’imbarazzo che quotidianamente si sperimenta nel confrontarsi con la lentezza. Ciò che non è rapido evoca l’attesa e con sé uno sconveniente ingombro del passato. All’attesa corrisponde il limite della lentezza, un limite che fa da segno del passato da cui affrancarsi. Di contro accelerare è eliminare l’attesa e dunque equivale ad uno slancio verso il futuro.

L’attesa e l’incertezza

Accostarsi all’attesa allargando il campo rispetto alla sua declinazione temporale rende evidente come possa essere strettamente intrecciata all’esperienza dell’incertezza. L’attesa è, infatti, un’apertura su domande angosciose. Trovarsi al cospetto di interrogativi scomodi su di sé, sulla propria vita e sulle sue possibilità, scuote. Lo fa al punto di sollecitare a precipitarsi su delle risposte che possano chiudere ciò che l’attesa apre.

Il bisogno di controllo su ciò che angoscia si trova spesso a calamitare la vita, impedendole di direzionali verso altro. Mettere a tacere ogni tarlo, precipitarsi a chiudere ciò che un interrogativo apre, diviene così impellente da ingolfare la vita finendo per rappresentare la sua finalità ultima.

L’attesa e il desiderio

È necessario evidenziare una leggera variazione sul tema dell’attesa che permette di intenderla, diversamente, come la possibilità di sostenere l’esperienza del desiderio. Saper attendere equivale a saper sostenere il desiderio. Va ben inteso come ci si riferisca al desiderio sotto il suo profilo più controverso, nelle sue sembianze incontrollabili. Nella sua imprevedibilità e ingovernabilità il desiderio, infatti, sa scoraggiare, intimidire, spesso angosciare. Ed è proprio nel tentativo di ammutolirlo che alcune vite si ammalano. Soffocare il desiderio equivale, quindi, ad eliminare l’insostenibile dimensione dell’attesa.

Da questa prospettiva dedicarsi all’attesa non deve essere frainteso come un anacronistico elogio della lentezza, ma come una messa in valore dell’apertura rispetto alla chiusura. È necessario aver ben chiaro come sostenere un’apertura senza abbandonarsi alla tentazione della chiusura, alla tentazione di erigere un muro, sia la sfida più ardua, ma è solo nel darsi la possibilità di sostenere l’attesa che è possibile fare in modo che qualcosa di inedito possa accadere. Che un’esistenza non si esaurisca nella ripetizione di asfissianti chiusure.

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