Covid-19: rispondere all’emergenza con urgenza?

La punta dell’iceberg

A cura di Noemi Sisto – Cristian Prosperini

La pandemia ha da subito chiesto a gran voce di essere affrontata con urgenza. Un’urgenza che, se necessaria su un piano medico-sanitario ed economico, va adottata con più cautela quando abbiamo a che fare con il piano psichico. Quest’ultimo, piuttosto, impone di guardare alla dimensione dell’urgenza in modo più complesso.

La pandemia ha lasciato segni incisi in un quotidiano che si è fatto scenario della sofferenza di ognuno. Trovarsi confinati in una nuova routine, seppure domestica, ha inasprito la convivenza, mettendo a repentaglio gli spazi individuali. Ha costretto ad inventarsi un modo nuovo di vivere il proprio quotidiano. Essere stati così vicini in un momento in cui il contatto con il non-familiare è stato interdetto, ha esasperato l’ordinaria conflittualità, ha insinuato tensioni, ha accentuato l’ostilità. Un discorso tanto più valido per chi vivendo in solitudine il confinamento, si è trovato in compagnia unicamente del proprio riflesso e ne ha patito.

La sospensione e l’inevitabile incertezza relativa al futuro, ed in particolare al momento di una possibile ripresa della normalità, ha oscurato la speranza incupendo il quotidiano.

Come rispondere all’emergenza

Nel campo dello psichico, come si può pensare allora di rispondere alla pandemia e al confinamento? Rispondere con urgenza all’emergenza significherebbe dare peso solo alla punta più visibile di un iceberg, rischiando di acconsentire al mettere in ombra un ulteriore livello che per sua natura è più sfuggevole. Provando a tenerlo in considerazione, ciò a cui si può offrire una risposta non è ciò che accade, vale a dire – in modo superficiale – la situazione attuale, ma è ciò che viene commemorato, ciò che viene rievocato da una simile esperienza dirompente.

Il ripresentarsi osceno di un’impossibilità di controllo, il concretizzarsi della minaccia invisibile rappresentata dalla diffusione planetaria del Covid-19 può fare da innesco alle soggettive inquietudini nella misura in cui rievoca qualcosa di estremamente intimo. E’ l’inermità insostenibile che si manifesta in modo diffuso, a riattivare o inasprire il versante intimo che è declinato nella vita di ciascuno.

Come la psicoanalisi mette in luce, l’esperienza traumatica è tale solo per la sua familiarità con il trauma originario, con ciò che nella vita di ciascuno si scrive originariamente come impensabile, enigmatico, fuori-senso. Da questa prospettiva è la ri-attualizzazione dell’antica e più intima ferita a rappresentare l’aspetto più in ombra con cui in questo tempo si fanno i conti.

Dilatare l’urgenza

Le catastrofi di per sé non insegnano, ma possono spingere ad aprire gli occhi su ciò che normalmente non vuole essere visto. Morte, solitudine, rabbia a cui si è esposti, più o meno direttamente, hanno un filo comune: il fil rouge della propria vita. Ed è su questo che è pensabile un lavoro di maneggiamento.

Da questa prospettiva, affrettarsi a suturare le devastanti aperture procurate dalla pandemia precluderebbe l’opportunità di trattarle, di sporcarsi le mani con il vissuto personale segnato dalla sofferenza che, anche in un momento di dolore planetario, è sempre soggettiva. È necessario, allora, che ci sia un tempo affinché al perdersi nell’infermità possa seguire la ripresa del filo della propria vita.

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